| «Se vuole cantare un po’ con me, mi segua»
A separare Claudio Baglioni dai 6 mila di Bruxelles c’è un drappo nero molto spesso. L’ultima esile barriera prima del conto alla rovescia: «Tre, due, uno…».
Si spegne il palasport e si accende il palco. Quattro passi ben distesi e Claudio Baglioni è seduto al pianoforte.
Attacca “Avrai” ed è subito delirio. Piangono le fan delle prime file, ma anche in scena ci sono occhi che brillano. Sono quelli del cantante.
È il momento più emozionante del viaggio nel cuore del tour mondiale di Baglioni. Una scommessa vinta ad Atlantic City, Montreal, Parigi, Madrid, Colonia. Di sold out in sold out, fino al gran finale, il 29 maggio, sul «palco dei palchi», quello della Royal Albert Hall di Londra. E poi, tra ottobre e novembre, in Centro e Sud America, Australia, Russia, Bulgaria…
«Se volete del buon vino, non fatelo scegliere a me»: era iniziata così, a un tavolo del Dominican Hotel di Bruxelles, la due giorni di Panorama al seguito di Baglioni formato export. Fra brindisi e antiche memorie, risvegliate dal profumo di un cestino di pane caldo.
L’autore di “E tu come stai” ha ricordi nitidi:
«In una vita di concerti ho ricevuto tante conferme, ma anche pagnottelle e pizzette sul muso.
È successo allo stadio di Torino, nel 1988, al concerto per Amnesty international. Ero l’unico italiano fra Bruce Springsteen, Peter Gabriel e Sting. Inizio a cantare e mi accorgo che nelle prime file ci sono 3-400 fan di Springsteen con i volti deformati dalla rabbia e i denti digrignanti come lupi. Mi fanno gestacci, lanciano roba sul palco… Avevano l’aria dei bancari che il giorno dello spettacolo del Boss indossano canotta e bandana e si trasformano in belve. Il resto dello stadio non mi era ostile, ma tutti i giornali hanno scritto “Baglioni contestato”.
Così va la vita: fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce.
Ovviamente ho cantato anche in stadi che invece mi hanno osannato dall’inizio alla fine. Sono uno dei pochi che ha davvero portato più di 80 mila persone all’Olimpico e a San Siro. Parlo di dati certificati, non di numeri immaginari»
L’italico brusio che arriva dalla hall dell’albergo dice che sono molti i fan che si sono messi in viaggio per seguire Baglioni in trasferta.
«Non lo sa quasi nessuno, ma la mia carriera è iniziata fuori dall’Italia.
Il primo posto dove mi trattarono come una star fu la Polonia. Avevo 18 anni e non avevo ancora scritto Questo piccolo grande amore. Mi invitarono a un festival di musica internazionale con Joan Baez. Fu un trionfo. Chiamai casa e dissi: mamma, io non torno più.
Adoravano la mia musica, le ragazze facevano la fila per conoscermi e mi portavano pure i fiori in camerino. Una sera, offrii la cena a 300 persone, prendendo i passanti dalla strada. Tanto la valuta polacca, in Occidente, valeva meno della carta straccia. Erano gli inizi degli anni Settanta»

Tempi duri, quelli, per chi cantava d’amore ispirandosi alle coppie che si sbaciucchiavano sulle panchine romane di Villa Borghese.
«Mi trovai la Digos sotto casa per qualche giorno. Girava un volantino firmato Prima linea: “Stiamo per giustiziare il noto cantante della borghesia”. Forse, erano gli amici degli autoriduttori, quelli che ai concerti urlavano: “La musica è roba nostra, riprendiamocela gratis!”. Il peggio è toccato a Francesco De Gregori, che venne addirittura processato sul palco del Palalido di Milano da un gruppo di extraparlamentari: “Suona per i lavoratori, non ti mettere in tasca i soldi… La rivoluzione non si fa con le canzoni. Prima si fa la rivoluzione, poi si potrà pensare alla musica. Lo diceva anche Majakovskij (il poeta russo, cantore della Rivoluzione d’ottobre, ndr), che era un vero rivoluzionario e si è suicidato. Suicidati anche tu!”. Capito? Un processo con tanto di sentenza. Di morte. Incontrai Francesco la sera dopo il martirio: era stravolto, gli tremavano ancora le gambe per lo shock»
È l’una di notte e dallo staff arrivano cenni che significano «domani hai un concerto». Baglioni annuisce, ma ci sono ancora un bicchiere di Sauvignon del Sud Africa da degustare e una fetta di vita da raccontare.
«Alla fine devo ammettere che gli autoriduttori sono riusciti a realizzare il loro sogno. O, meglio, l’hanno realizzato i loro figli e nipoti che, oggi, la musica se la prendono gratis da internet. Su questo fronte ci sarebbe una battaglia importante da combattere. Ma se ci metto la faccia io, che adesso guadagno bene e ho una bella casa, passo per quello che vuole difendere la sua porzione quotidiana di caviale»
Vero. Anche se tutti quelli che hanno costruito una carriera nei Settanta raccontano di contratti capestro lunghi anche 10 anni.
«Ne ho firmati un paio anch’io: fino al 1979 la mia porzione di guadagno oscillava tra il 2 e mezzo e il 3 per cento del prezzo del disco al rivenditore. Ecco perché, ironia della sorte, quegli accordi si chiamavano contratti di sfruttamento d’opera»
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